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Vena di Maida

Storia della comunità arbёreshё di Vena di Maida

Vena di Maida
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Il periodo della fondazione di Vena non può essere stabilito con certezza. Si presume che sia stata fondata tra il 1445 e il 1457. Secondo quanto afferma lo storico F.A. Parise ne Il feudo di Maida (1958) “nel 1444 risultava signore di Maida Luise Caracciolo” (che rimase tale fino al 1457) e “sotto di lui vengono a stanziarsi nell’abbandonata Calamizzi alcuni coloni albanesi: origina in tal modo l’abitato di Vena”.

Alcuni pensano che possa essere avvenuto contemporaneamente a quello di Usito e Arenoso (contrade della vicina Caraffa), o in un secondo tempo per trasferimento di alcuni abitanti dal casale di Caraffa.

Molti scrittori collocano la prima immigrazione in Calabria di mercenari albanesi guidata da Demetrio Reres nel 1445, quando era scoppiata in Calabria una rivolta antiaragonese capeggiata dal pretendente francese al re di Napoli Renato d’Angiò e dal ribelle Antonio Centelles, marchese di Crotone, a cui si era alleato Luigi Caracciolo, conte di Nicastro e Signore di Maida.

Tale questione è, però, molto dibattuta: sull’argomento esistono numerosi pareri discordanti che hanno portato spesso a distorsioni fantasiose della storia. La tesi secondo cui i paesi arbёreshё della provincia di Catanzaro sono stati fondati dai soldati di Reres si basa, infatti, su un documento molto ambiguo, di cui fino a qualche anno fa esisteva traccia solo in un  titolo tra quelli dei documenti conservati nell’Archivio del Seminario greco di Palermo che recita “Transonto fatto da Didaco Buratta di Palermo nel 1667 24 settembre estratto dall’archiviario Pietro Vincenti, che contiene qualmente Demetrio Reres nel 1448 con i suoi figli Giorgio e Basilio tre capitani di tre colonie albanesi riacquistando cum effusione sanguinis la Calabria Inferiore ad Alfonso re di Sicilia e di Napoli, Demetrio in premio fu eletto Regio Governatore di tutta l’acquistata Provincia, e Giorgio fu eletto Capitano delle suddette colonie in Sicilia nelle parti marittime per difender il Regno contro l’invasioni de’ Francesi, et in Sicilia si feron suddite quelle colonie al suddetto Re, quale privilegio reale fu emanato nel 1448 in Gaeta 1 settembre”.

Queste poche righe hanno contribuito a far nascere tutta una serie di lavori sulle origini mitizzate dei paesi arbёreshё, fondati, secondo tale teoria, da soldati e i cui nuclei originari erano formati da nobili albanesi.

Il documento originale è rimasto sconosciuto fino a qualche anno fa, quando Matteo Mandalà è riuscito a ritrovarlo e lo ha pubblicato nel suo libro Mundus Vult Decipi.

In questa opera, oltre al mito di Reres, Mandalà mette in discussione una serie di altri miti della storiografia arbёreshё, nati evidentemente con l’intento di mitizzare le origini dei paesi arbёreshё. Bisogna ricordare che, nel corso del XVIII secolo, gli storici e gli intellettuali tendevano a ricostruire mitiche storie sulle origini dei loro popoli, in pieno spirito di nazionalismo. In questa corrente si pone l’opera di Pompilio Rodotà (1707-1770) Del rito greco in Italia, che è divenuta strumento di legittimazione e diffusione della storia di Reres e della nobile origine dei paesi arbёreshё.

Nonostante ciò, molti autori continuano a riportare la storia di Reres così come è stata trasmessa da Rodotà, sebbene consapevoli che potrebbe non essere vera. Come motivazione aggiungono che ormai è “tradizione” riportare questa versione.

La questione sulla fondazione dei paesi arbёreshё resta dunque aperta: come già detto, molti preferiscono credere che sia avvenuta tra il 1461 e il 1478 (secondo Rodotà), altri che le colonie sorsero in seguito alla morte di Scanderbeg ad opera di coloni che in un primo tempo si erano stabiliti in Puglia. Indubbiamente, lo spirito nazionalistico del periodo illuminista ha contribuito ad alimentare i miti e ad oscurare la realtà per cui oggi è molto difficile risalire a ciò che è veramente accaduto e darne un resoconto che sia il più possibile veritiero.

La località dove fu fondata era un casale abbandonato (che all’epoca pare avesse il nome di Calamizzi, prima e Sant’Andrea, poi) e si trovava nel terreno confiscato dal re a Luigi Caracciolo, signore di Nicastro e alleato di Centelles, secondo quanto narra lo storico Gaetano Boca, basandosi sul racconto tradizionale.

Il nome è una attestazione importante dell’identità etnica di Vena.  Dal nome originario di Sant’Andrea della Vena (con “vena” a indicare forse le caratteristiche geomorfologiche del paese e le condizioni strutturali del terreno, ricco di venature e molto poroso, “njё vinё e mirё”) si passò a Vina Greci (come testimonia Domenico Zangari ,“Vena adunque esisteva nel 1565, e si distingueva dagli altri omonimi casali, con l’aggiunta di “greci”, sino alla fine del secolo XVIII”). La specificazione Greci serviva a distinguere il paese dagli altri omonimi: Vena Superiore, Vena Media e Vena Inferiore, nel vibonese, sottolineando il fatto che non era un paese di origine calabrese ma albanese, in quanto gli albanesi venivano chiamati greci, definendo a loro volta latini gli abitanti della Calabria, che non condividevano la loro stessa religione (ortodossa e dunque “greca”). La necessità di distinguersi da altre comunità evidentemente numerose per essere ricordate, dimostra che la comunità di Vena doveva essere a sua volta numerosa in quegli anni (almeno intorno alla metà del XVI secolo) e dunque esistere almeno dal secolo precedente. Infine, il nome passò a “Vena a Maida”, a specificare che l’università di Vena era uno dei casali del feudo di Maida, fino ad arrivare a quello odierno di Vena di Maida.

Nel XVIII secolo, essendo un paese isolato e chiuso dal punto di vista delle tradizioni, gli unici rapporti che gli abitanti di Vena mantenevano, sebbene solo di natura commerciale, erano quelli con Nicastro. In quel periodo la maggior parte della popolazione era analfabeta e costituita perlopiù da contadini. Uno sviluppo culturale iniziò a vedersi dalla metà del ‘700, periodo in cui è testimoniato l’insegnamento della grammatica arbёreshё da parte del sacerdote del tempo.

Nello stesso periodo vi è uno sviluppo anche in ambito economico sociale e civile.

Nel 1783 un terribile terremoto colpì la Calabria e rase al suolo Vena. La chiesa parrocchiale venne completamente distrutta, con i suoi 7 altari e il campanile. La maggior parte delle case distrutte vennero sostituite da baracche. Ci vollero molti anni perché venisse ricostruita.

Il 14 ottobre 1839 è una data importante per la storia di Vena perché, fino ad allora da sempre amministrativamente autonoma, con un provvedimento  venne assegnata come frazione al comune di Maida, a partire dal 1° gennaio 1840.

I cittadini di Vena parteciparono alle lotte risorgimentali calabresi, sia alle rivolte del 1848 che alla battaglia del Volturno al seguito di Giuseppe Garibaldi. Secondo quanto riferisce lo storico Gaetano Boca, alcuni dei patrioti di Vena che parteciparono ai moti risorgimentali del 1848 subirono dure condanne: il capitano Gaetano Boca, il sacerdote don Francesco Comità, Giovanni e Giuseppe Saraceno e Domenico Boca furono condannati a 25 anni di carcere (poi ridotti a 10), mentre il giovane Carlo Boca, a 7 anni. Furono in 55 i giovani venoti che, al comando del capitano Gaetano Boca, si unirono ai garibaldini e combatterono nella battaglia del Volturno. Giuseppe Garibaldi proclamò gli albanesi “eroi che si distinsero in tutte le battaglie contro la tirannide”.

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Last update: 7 September 2026, 12:45

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